C'è vita dopo la morte?

Le persone che superano un arresto cardiaco o che escono da un’esperienza di coma, riferiscono quasi sempre di aver fluttuato attraverso un tunnel che li portava in una luce splendente, dove incontravano persone decedute da tempo con cui avevano avuto un rapporto molto stretto.
Spesso il ritorno dai confini con la morte segna profondamente l’esistenza di queste persone. In ogni parte del mondo gli scienziati stanno studiando questo fenomeno.
La domanda “che cosa c’è dopo la morte?” è antica quanto l’umanità stessa e tutte le religioni hanno fornito una risposta. Ma cosa accadrebbe dal punto di vista scientifico, se aldilà della realtà fisica che percepiamo vi fosse una “seconda realtà”?
Molte persone che hanno vissuto esperienze ai confini con la morte parlano di questo “altro mondo”, così come da molti secoli fanno gli sciamani di ogni cultura, i pionieri della consapevolezza per eccellenza.
Si tratta dunque di una simulazione del nostro cervello che accade solo quando la nostra coscienza si modifica drasticamente, oppure possiamo accedervi consapevolmente?
Cosa si intende con l’espressione “esperienze ai confini con la morte”? Questa espressione fu usata per la prima volta nel 1975 dal medico e psichiatra americano Raymond Moody. Quando all’inizio raccolse le prime testimonianze, pensò che si trattasse di casi eccezionali, ma nel tempo sempre più persone gli riferirono di episodi simili.
Studi scientifici evidenziano che una persona su tre che venga a trovarsi in situazioni critiche (shock, perdita di coscienza, paura di morire o morte clinica), vive esperienze particolari. La persona abbandona coscientemente il proprio corpo fisico, entra in una specie di tunnel e si immerge in una luce incredibilmente sfolgorante che la inonda di sentimenti di amore infinito, gioia e felicità. Incontra parenti deceduti, figure religiose o esseri di luce sconosciuti e prima di ritornare alla vita terrena, vede scorrere davanti a sé una sequenza veloce della propria vita, come fosse un film del quale vengono visualizzati gli episodi più importanti.
Questo tipo di esperienze accomuna le persone più diverse, a prescindere dalla loro visione religiosa e dal grado di istruzione. Alcuni sociologi dell’università di Costanza sono giunti alla conclusione che in Germania circa 3 milioni di persone hanno già vissuto esperienze di premorte. Si tratta quindi di un evento molto diffuso.
In base ai risultati di una ricerca effettuata a Los Angeles, alcuni scienziati inglesi hanno scoperto che la consapevolezza dell’uomo è attiva anche quando il cervello non lavora più e la persona è considerata clinicamente morta.
Oggetto delle loro ricerche sono state le testimonianze di pazienti colpiti da arresto cardiaco, i quali riferirono delle sensazioni ricevute durante la loro esperienza ai confini con la morte.
Dalle esperienze raccolte, possiamo dedurre che la coscienza o l’anima continuano a pensare anche quando una persona subisce un arresto cardiaco o respiratorio.
Pam Reynold, una paziente americana, racconta dell’esperienza che visse durante una drammatica operazione al cervello. Mentre giaceva sotto anestesia totale sul tavolo operatorio, si sentì fuoriuscire dal corpo. Fluttuava nella stanza e successivamente fu in grado di descrivere strumenti chirurgici inconsueti, conosciuti solamente dagli specialisti. Ricordò inoltre con esattezza i dialoghi tra i medici del team. Mentre l’operazione a cervello aperto continuò, fece consapevolmente un viaggio in paesaggi di una bellezza divina e dai quali non avrebbe più voluto fare ritorno. Di grande effetto fu la descrizione di come suo zio deceduto la riportò nella sala operatoria dove vide il suo corpo disteso sul tavolo. Era un corpo morto, non voleva ritornarci ma lo zio le diede una spinta e così lei si svegliò.
Che influenza hanno le esperienze dei morenti sull’idea che abbiamo della realtà?
Le persone che hanno vissuto un’esperienza di premorte, percepiscono ciò che hanno vissuto come qualcosa di estremamente reale che si distingue nettamente dai sogni, anche da quelli lucidi. Le accomuna inoltre la perdita della paura nei confronti dell’ignoto che si dispiega davanti a loro e la sensazione di far parte del grande Tutto.
Come riferiscono praticamente tutti i racconti di queste esperienze, chi ha un’idea ben precisa di ciò che potrebbe aspettarlo dopo la morte fisica, perde la paura nei confronti della morte stessa e per chi resta è più facile prendere commiato dai propri cari.

Fabrizio - Benessere Mentale





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